martedì 6 marzo 2012

Pianto, angoscia e opposizione: testardi o carattere?

Tutti i bambini piangono. E la prima ragione per cui piangono è perché non sono in grado di esprimere a parole, con il linguaggio, ciò che provano o desiderano comunicare. 
Quando piange, il nostro bambino ci sta dicendo qualcosa; comprendere i diversi tipi di pianto dipende soprattutto dalla capacità empatica dell’adulto di riconoscere non solo le tonalità delle emissioni vocali (col neonato questo uno dei compiti più importanti da imparare: distinguere il pianto da disagio – che di solito è caratterizzato dal bambino che si contorce o inarca la schiena mentre piange, come se volesse allontanarsi dalla fonte del suo disagio, il corpo – ad es da quello dovuto a dolore - di solito caratterizzato da un urlo improvviso e acuto, dopo il quale il bambino si ferma per prendere fiato e ricomincia), ma anche di saper contestualizzare il pianto del bambino comprendendo quali sono le emozioni che il bambino sta provando in quel determinato momento e i messaggi che ci vuole inviare. Ogni volta che un bambino piange è importante provare a  mettersi quanto più in contatto con le sue reali sensazioni, provando a domandarsi “cosa sta provando?”, “cosa mi sta dicendo?” Dietro ad un pianto, di qualunque tipo esso sia, c’è sempre un’emozione. 
Come accogliere questa emozione e consolare il bambino? Che fare??  Come essere pronte a non metterci a piangere noi mamme con angoscia e disperazione??
Innanzitutto lasciando esprimere il bambino attraverso il pianto che è una delle tante manifestazioni fisiche attraverso cui tutti noi sfoghiamo tensioni, paure, vissuti di vario tipo. Stare accanto al bambino senza tentare per forza di calmarlo, gli permette di liberarsi dalle tensioni per tornare pian piano alla tranquillità: ogni bambino infatti sa ciò che lo fa star bene e se gli state vicino alle lacrime seguirà il rilassamento.

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